giovedì 20 giugno 2013

Fano (PU), domenica 2 giugno 2013. I° CINEMA DIDATTICO GLOBALE. Les Choristes di Christophe Barratier.

FONDAZIONE NUOVA SPECIE ONLUS
Registro Persone giuridiche n. 429
Prefettura di Foggia



DUEGIORNI MARCHIGIANA.
  Secondo step:
I° Cinema didatttico globale.
"Les Choristes"
(I ragazzi del coro).



Due giugno, festa della Repubblica, primo appuntamento con il I° Cinema didattico a Fano nel seminterrato dell’antico palazo Martinozzi tenuto dal Dr. Mariano Loiacono.



“Les Choristes” (titolo italiano “I ragazzi del coro”), è un film francese del 2004, primo lungometraggio del regista Christophe Barratier. Racconta l’esperienza pedagogica non autoritaria di un sorvegliante con la passione della musica chiamato (siamo nel 1949) a tenere a bada una classe di ragazzi “difficili”. 


Prima di proseguire con il post, vorrei ringraziare Mariano per la sua dedizione e Cindy per avermi dato la possibilità con questo post di ripercorrere gli aspetti più importanti di questa Duegiorni marchigiana.
 
Il Cinema didattico globale è un ulteriore strumento di analisi proposto da Mariano per vedere in maniera globale e più in profondità la nostra situazione e tentare di migliorare la nostra vita.

In apertura Mariano ricapitola le tematiche affrontate la sera prima nello stesso luogo nel corso del Pomeriggio letterario globale - organizzato da Cindy - dedicato al racconto “Il bozzolo e la farfalla”. Il richiamo entomologico alle diverse fasi che segnano la metamorfosi dell’insetto viene applicato a Barbara e Michela che sono state capaci di “uscire dal bozzolo”. 

I quattro stadi che consentono al bruco di tornare ad essere farfalla sono la metafora del  viaggio trasmutativo che costituisce il filo della nostra esistenza. L’animale che sta nel bozzolo e prova faticosamente ad uscirne ci indica il bisogno del cambiamento e ci fa capire che solo cambiando il nostro percorso di vita si  può andare al di là di quello che siamo. 

Prima di entrare nel vivo della visione del film una comunicazione “di servizio” rammenta che ai primi di luglio a San Giovanni Rotondo si terrà il corso sulla coppia, un approccio globale partendo dal sapere antico della gravidanza. Nella metamorfosi del bruco si ritrova un intreccio di tanti livelli In.Di.Co. di nuova specie che Mariano integra nella teoria del bruco-farfalla-bruco. Ci possono essere varie modalità per regredire: l’uomo che passa, che usa il suo temperino per tentare di facilitare la fuoriuscita della farfalla dal bozzolo, combina qualche guaio, ma potrebbe fare di peggio richiudendo il foro dell’involucro serico. E’ quello che succedeva una volta quando il corpo – che è portatore di uno dei codici più importanti  - veniva bloccato e anche oggi si vedono gli esiti di questa tendenza a “cementare”. 

Ma chi “cementa” in realtà lo fa per aiutare sé stesso? Paolo che dona a Mariano la sua imbragatura da scalatore e racconta la metamorfosi della sua etica dell’alpinismo. E’ la testimonianza di un sapere emotivo che non ha tempo che può essere paragonato al percorso metamorfico dell’insetto protagonista del racconto. 


Arriva Martino e dona un suo CD a Mariano, poi è la volta di Luigi con un disegno e arriva anche Sonia… è il suo compleanno che si intreccia con il “bozzolo cimiteriale!” in cui vive sua madre.

Ultimo album dei Siman Tov regalato da Martino a Mariano


Opera di Luigi T.


Associazione alla Salute ONLUS Romagna
 
Si passa poi alla visione del film, molto applaudito e portatore di profonde emozioni.



La didattica è rimandata al pomeriggio dopo una parentesi “organizzativa” in cui il Consiglio di Amministrazione della Fondazione Nuova Specie annuncia alcuni cambiamenti e fa il punto sulle iniziative in corso e sui nuovi progetti in cantiere.
 
L’esperienza del film didattico punta ad utilizzare le unità didattiche nella analisi filmica, è stata promossa dalla Fondazione, dalla Associazione alla Salute ONLUS Marche e dal Coordinamento nazionale G.E.I.P.E.G. (Genitori, Educatori e Insegnati per un Progetto Evolutivo Globale).
 
Il Cinema didattico è un po’ come la parte superiore dell’iceberg dalla quale si scende a vedere la massa sommersa  è come quando si mangia il picciolo per poi andare a mangiare la mela intera. Il film cosa ci può insegnare?
 


Ma cos’è un film? E’ una rappresentazione della vita - spiega Mariano - con la quale rendo di nuovo presente qualcosa che ho vissuto e posso poi modificarlo, ampliarlo e dirigerlo dove voglio aggiungendovi molto del mio soggettivo.
 
Questo - continua il Mariano - è un film alla Walt Disney, fatto con un taglio infantile, con personaggi molto caratterizzati  dai profili molto netti e opposti, più le situazioni sono estreme e meglio riusciamo a vederle. E poi ci piace perché tutti vorremmo rimanere sempre bambini. Del resto le rappresentazioni infantili sono quelle più semplici: c’è il buono, il cattivo, la strega, la fata la magia che ci porta a stare in un inferno per renderlo un po’ paradiso.

Le unità didattiche ci portano all’essenzialità della vita. Si parte da quella dell’iceberg del quale vediamo appena l’otto per cento che costituisce la parte emersa. Nella visione ascendente della vita (che è un po’ la visione del Metodo alla Salute) quello che viene dopo sgorga da quello che sta prima e porta a chiederci che senso abbia la vita, come funzioni e cosa si debba preservare  di quella parte oscura e profonda che richiede tempo per essere conosciuta. 

Questo rapportarsi alla vita rende diverso il Cinema didattico da quello che tradizionalmente è conosciuto come cineforum. A quali aspetti dell’oscurità misteriosa può condurci la visione del film? Ai sogni da realizzare, all’aggressività, al cambiamento, alla trasformazione, alla mancanza. 

In sostanza, ed è questo l’interrogativo di fondo, è possibile fare dei cambiamenti? E qui torna il tema del viaggio trasmutativo affrontato nella giornata del sabato  con il bozzolo e la farfalla. La metastoria è più forte della storia? Alla base della nostra vita c’è la stessa idea di fondo del film. Le persone oggi sono in giro con gli psicofarmaci in tasca e più o meno siamo tutti nella stessa situazione di quei ragazzi. In un cimitero cronico come si fa a cambiare? Nel film c’è una vita stanca e degradata in cui non si vede prospettiva di cambiamento. 

Si passa poi al quadrangolare. Chi sta nell’angolo alfa fatto di ordine, regole e riconoscibilità può cambiare? Una storia già formata può diventare un viaggio trasmutativo. Nel film c’è un angolo alfa molto forte rappresentato dal direttore Rachin della scuola e il triangolo del cambiamento rappresentato dal personaggio metastorico Clément Mathieu, il protagonista  che, guarda caso, pratica la musica che è una forma espressiva vicina alla profondità.

The menacing headmaster, Monsieur Rachin, explains his philosophy of "action-reaction."

Finally: a chorus!

Il GraallaSalute. Anche il film può essere visto attraverso la griglia dei codici. Prevale il simbolico che elimina tutti gli altri, utilizzando il sistema delle sanzioni per chiudere ad ogni possibilità di cambiamento. Clément riesce, almeno per alcuni aspetti, ad attivare anche gli altri codici (la voce, il canto mettono in movimento anche il corpo e le emozioni).
 

 Anche le unità didattiche del cummunitometro e del crossingover offrono spunti di riflessione e di approfondimento.

Cum-munitometro

Crossingover

Molte scene del film mostrano i tentativi di Clément di distinzione e separazione da quel modello (del direttore e anche dei ragazzi) per applicare il triangolo del cambiamento e consentire ai giovani di risplendere di luce propria.

Unità di Crisi
 
Controllare e contenere le persone è il fine del globale massimo della piramide, l’unità didattica successiva: vengono limitati i rapporti con i gruppi, quelli forti e anche quelli con sé stessi. Clément prova ad utilizzare i piani della piramide in senso ascendente.

La Piramide del Sarvas


“Le Fond de l’Etang” (letteralmente "fondo dello stagno"), questo il nome della struttura  ri-educativa dove si svolge la vicenda del film è una classica “istituzione totale”, gerarchica e autoritaria organizzata secondo la filosofia del direttore che proclama il principio di “azione e reazione”, una versione addomesticata ma non troppo della classica legge del taglione di biblica memoria. E’ un posto dove le situazioni sono croniche e non si perde tempo a cercare soluzioni diverse per aiutare. Il direttore crede soltanto nella sua regola, semplice quanto spietata, come strumento educativo, nessuna apertura al cambiamento e tantomeno alla musica che viene timidamente proposta dal nuovo sorvegliante. Organizzazioni gerarchiche e dinamiche di gruppo che sono rintracciabili in tanti esempi di cinema ambientato in strutture totali (collegi, ospedali, caserme), regole rigide che richiedono ai sottoposti e ai partecipanti al gruppo dedizione e assoggettamento. Del resto “il fondo dello stagno” è un luogo per persone difficili, con problemi e già nel nome sembra lasciare poco spazio a qualsiasi speranza o progetto di recupero o di riscatto. Il sorvegliante interpretato da Gérard Jugnot, attore prototipo dell’uomo qualunque o, meglio, insignificante, porta nella struttura totalizzante la scintilla del cambiamento. Non crede che le persone siano croniche o irrecuperabili. Del resto se non crediamo nel viaggio trasmutativo non potremo mai far nascere le farfalle. Clément Mathieu va avanti sorretto da una profonda fiducia di fondo che lo porta ad agire con flessibilità, a dimostrazione che, spesso, quella che viene considerata (e spesso strumentalmente esaltata) come la “zona grigia” della società nasconde in realtà grandi risorse. E’ un personaggio molto autoreferenziale che non tiene al confronto-differenza, caratteristiche che completano il triangolo del cambiamento.


C’è nel film una figura relativamente marginale che ha, in realtà, un ruolo importantissimo nella dinamica complessiva del film: Mondain, il “cattivo” per eccellenza, quello che soltanto la forza pubblica e la prospettiva carceraria riesce a malapena a contenere.
L’innovazione di Mathieu per quanto buona nei suoi confronti fallisce perché, probabilmente, il contesto non è adatto al cambiamento. Ricorda da vicino una figura cara alla tradizione di casa nostra: il Franti di De Amicis. Anche lui era un irrecuperabile uno che non si faceva problemi a sbeffeggiare l’autorità, tutte le autorità e le istituzioni che rappresentavano un ordine gerarchico chiuso, moralista e apparentemente immutabile.

Mondain con il suo rogo distruttore rappresenta in realtà la scintilla che innesca il cambiamento finale, caotico e imprevedibile. Un po’ come le grandi catastrofi che hanno segnato il percorso evolutivo della vita sulla terra, a volte in maniera così distruttiva da metterne in pericolo la prosecuzione. Ma la vita ha resistito e ha imboccato strade diverse, contingenti e non previste, né prevedibili. La sequenza finale vede il collegio distrutto, il direttore che si allontana per un intuibile giudizio sanzionatorio, i ragazzi che, a parte Pépinot e Morhange, non si sa che destino avranno, il sorvegliante che rientra nella sua zona grigia. E’ Mondain il vincitore, se proprio vogliamo trovarne uno in questa storia? Non lo sappiamo, sicuramente è un motore di trasformazione e di cambiamento che testimonia quanto il negativo possa essere fattore di innovazione e di mutamento.
 
A chiusura della giornata Mariano annuncia il prossimo appuntamento con il Cinema didattico che sarà dedicato allo storico sceneggiato della Rai “Diario di un maestro”, trasmesso nel 1972 e tratto dal libro di Albino Bernardini.

Lucia Marinelli

martedì 18 giugno 2013

Fano (PU), sabato 1° giugno 2013. XII POMERIGGIO LETTERARIO GLOBALE. Il bozzolo e la farfalla.


FONDAZIONE NUOVA SPECIE ONLUS
Registro Persone giuridiche n. 429
Prefettura di Foggia
 



DUEGIORNI MARCHIGIANA.
Primo step:
XII Pomeriggio letterario globale.
"Il bozzolo e la farfalla".



Un sole tiepido e una frizzante brezza marina, insieme a tutti i componenti dell’Associazione alla Salute ONLUS Marche, hanno accolto a Fano sabato 1 giugno un centinaio di persone provenienti da tutta Italia in occasione del XII pomeriggio letterario globale, per ascoltare e vivere in diretta la teoria globale del Dr. Mariano Loiacono sul racconto “Il bozzolo e la farfalla”.

Locandina  a cura di Luca Pieroni

Scendendo nell’antica Sala Pedinotti del sotterraneo di Palazzo Martinozzi la luce cede il posto a un’oscurità misteriosa ma accogliente che ci prepara a ricollegarci ai nostri codici profondi spesso tralasciati nella frenetica vita quotidiana.

Ad attenderci, come sempre, Mariano Loiacono, che come Presidente della Fondazione Nuova Specie, ma soprattutto come uomo non nasconde fin da subito la sua difficile e sofferente situazione soggettiva nella quale si trova da circa tre mesi. Non nasconde il suo senso di solitudine e la sua delusione per essersi sentito ancora una volta solo nell’affrontare la chiusura del bozzolo “Centro di Medicina Sociale”, nel quale per 37 anni ha potuto portare avanti con teoria e prassi il suo Metodo alla Salute e ci invita fortemente a essere più solidali ed ad affrontare insieme i problemi e le sfide che si prospettano per far crescere la Fondazione Nuova Specie.

Partendo proprio dall’analisi globale dei problemi che si sono generati nella fase appena conclusa soprattutto dalla con-fusione del suo ruolo dentro alle realtà in cui aveva operato, Mariano ha individuato i punti su cui fare chiarezza e ci anticipa che ci saranno delle nuove linee guida e dei nuovi delegati per la Fondazione a cui sono state assegnate deleghe di competenza in vari ambiti.

In anteprima ci comunica che il prossimo corso di Epistemologia globale che si terrà a febbraio 2014 sarà organizzato dalla Marcagna e sarà tenuto insieme a lui in quanto parte “Spirito”, anche da Silvio Boldrini, simbolo della parte “Figlio” e da Barbara Loiacono, simbolo della parte “Padre/Madre” . La loro sinergia andrà a formare una metafora dell’Uno Trino nell’inedita conduzione di questo importante corso.

A Barbara viene donato da parte dell’Alsa Marche il suggestivo quadro dell’artista globale Michela Garbati “Il salto precipiziale” come metafora del salto che si sta accingendo a compiere affiancando Mariano Loiacono e  Silvio Boldrini, e come augurio ad esprimere sempre più liberamente la sua specificità e di sentirsi uguale nella diversità nel rapporto con essi.



Il secondo bozzolo che si è chiuso per Mariano Loiacono dopo 25 anni è il rapporto con l’Università di Urbino per mezzo del Prof. Giuliano Piazzi, ora in pensione. Alla ricerca ma soprattutto al coraggio di compiere scelte nuove rispetto all’ambiente in cui ha operato egli ha voluto rendere onore definendolo “Il nuovo Copernico della Sociologia” nel saggio di nuova pubblicazione Nuova Specie.
Mentre il Chrònos scorre inesorabilmente quasi a ricordarci che tutto nella vita è transitorio, ci avviciniamo al cuore pulsante del pomeriggio e accompagnati da Mariano ci addentriamo oltre le semplici parole del racconto “Il bozzolo e la farfalla” per carpirne il valore vitale. 





 

Innanzitutto, l’esperienza di un contadino globale sa che la vita dentro il bozzolo, o bocciolo, è iniziata molto prima del momento in cui si percepisce la presenza della farfalla. 
 


Le fasi di passaggio sono infatti quattro: 
  1. nella prima l’uovo è deposto da un’altra farfalla;
  2. nella seconda, dall’uovo che si schiude nasce il bruco che per nutrirsi divora l’uovo stesso facendolo rimanere parte integrante della sua esistenza. Poi il bruco fa la “muta” per 4/5 volte, riprendendosi quindi varie parti; 
  3. la terza fase è quella della crisalide, ossia quando il bruco è maturo si fissa a un ramo o a una foglia a testa in giù, proprio come il feto nel grembo di una donna, e inizia a tessere il suo bozzolo nel quale rimarrà fino a quando diventerà un lepidottero (che significa ali a scaglie) e inizierà la sua battaglia per l’uscita;
  4. se riuscirà ad attraversare il piccolo buco passerà alla quarta fase in cui diviene una vera e propria farfalla variopinta e particolare che nella sua breve vita creerà la sua nuova discendenza.
 

 
 
È così che la farfalla compie il suo “Viaggio trasmutativo” come viene accuratamente sottotitolato da Mariano il racconto, sottolineando l’importanza del viaggio continuo e transitorio della vita che unicamente mediante le difficoltà e gli ostacoli può permetterci di crescere ed esprimere creativamente la nostra specificità.

Le fasi del processo trasmutativo della farfalla sono anche la metafora di come la terra e il cielo si fondono.


Tutte le fasi di crescita e trasformazione sono importanti e specifiche; non possono prescindere le une dalle altre e solamente un accompagnatore devoto, paziente, coraggioso, potrà aiutarci a resistere durante la permanenza nel bozzolo quando ne sentiamo l’asfissia, quando siamo esausti per gli sforzi di uscire, quando siamo delusi e preferiremmo lasciar perdere o perdere la vita stessa piuttosto che soffrire ancora.

Purtroppo invece capita di ritrovarsi degli accompagnatori casuali o frettolosi che non riescono a cogliere la profondità della vita e della storia di chi incontrano, vedono solo ciò che appare, come la punta di un iceberg, e ignorando la presenza e l’importanza di ciò che non si vede, non si sente e non si sa, non ci permettono di crescere e vorrebbero farci bruciare le tappe.

Pur  “con gesti di gentilezza” o credendo di fare il meglio per noi, si sostituiscono a noi e non ci fanno prendere la parti che ancora ci mancano per diventare farfalla o peggio ancora decidono di tappare il buco; non capiscono che il tempo che occorre alla “trasmutazione” è un inedito Kairòs e che il loro aiuto superficiale non ci permetterà di raggiungere il nostro massimo empowerment. Ci costringeranno invece a uscire dal bozzolo a loro piacimento aprendolo con il temperino e ci ritroveremo così “con un corpo rattrappito e con le ali poco sviluppate” che non ci permetteranno mai di volare in alto nel cielo e di esprimere pienamente ciò che solo noi siamo.

Solo le difficoltà, i problemi, la fatica, gli ostacoli da superare possono farci attraversare il viaggio specifico e inedito che madre metastoria ha per noi nella sua gravidanza terrestre per farci diventare splendide, feconde e variopinte farfalle metastoriche.






Per me è stato bellissimo riconoscere in questa metafora del bozzolo e della farfalla la fase in cui mi sento di essere, la strada che ho fatto e le difficoltà che ho incontrato e sentire, neanche tanto in fondo, che il viaggio trasmutativo continua, che ci saranno altri bruchi, altre crisalidi da accompagnare e bozzoli da aprire… 

A tutti buon viaggio trasmutativo!

Margherita Citton
 

giovedì 13 giugno 2013

Troia (FG), giovedì 13 giugno 2013. FONDAZIONE NUOVA SPECIE: IL SALTO PRECIPIZIALE DOPO FANO. Comunicazione del Dr. Mariano Loiacono.

  FONDAZIONE NUOVA SPECIE ONLUS
Registro Persone giuridiche n. 429
Prefettura di Foggia
 



FONDAZIONE NUOVA SPECIE:
IL SALTO PRECIPIZIALE DOPO FANO.



In continuità con la mia lettera del 27 aprile u.s. dal titolo “Fondazione Nuova Specie: facciamo tutti un salto precipiziale?”, ho pensato di inviarne un’altra sia per specificare meglio in cosa possa-debba consistere questo salto precipiziale, di cui ho parlato recentemente a Fano, sia per dissipare dubbi e libere interpretazioni, emerse specie in persone che conoscono poco me e la mia storia e si riferiscono molto a criteri umanoidi.

Con la mia forzata andata in pensione, per salvaguardare l’apertura del Centro di Medicina Sociale di Foggia, si è chiusa una fase storica di alcuni decenni in cui, da parte della Fondazione, è stata privilegiata la sperimentazione del “Metodo alla Salute” quale strada alternativa per affrontare il “disagio diffuso” e liberare tante persone, soprattutto giovani, dalle crociate chimiche imperanti. Purtroppo, come sapete, l’apertura del Centro non è garantita dopo il 31 gennaio p. v. e attualmente si vive in precarietà. Per cui, in una prospettiva di non disperdere questo importante e unico patrimonio, al quale sono legate anche le iniziative dell’Associazione Koilos e dell’Associazione alla Salute Foggia, c’è da raccogliere fondi-donazioni per pensare ad eventuali alternative organizzate direttamente dalla Fondazione, qualora continui  l’insipienza regionale, sin qua dimostrata, e il Centro venga chiuso. Personalmente non ho mollato e sto continuando a bussare alla porta della giunta Vendola. Il 17 maggio ho fatto pervenire, via PEC, alla segreteria particolare e gabinetto del Presidente Vendola la seguente e-mail:

“Caro Nichi, 
sono Mariano Loiacono e ti scrivo in qualità di Presidente della Fondazione Nuova Specie, in quanto dal 1 marzo u.s. sono in pensione come direttore del Centro di Medicina Sociale di Foggia. Ho atteso questi due mesi, prima di ricontattarti, anche per i tuoi impegni pre ed elettorali.
Il motivo della presente è semplice.
Mi sono giunte notizie, da parte delle persone di SEL che ti hanno contattato nei tuoi tour in Romagna, Marche e Toscana, che nutri perplessità circa la quarantennale sperimentazione che ho portato avanti in un servizio pubblico per curare, col “Metodo alla Salute” e senza psicofarmaci, migliaia di persone provenienti da tutte le regioni e da alcune nazioni europee, dopo loro fallimentari trattamenti con metodologie tradizionali. Mi pare che le perplessità, da te manifestate, sono state del tipo: “Potrebbe trattarsi di un nuovo caso Di Bella”, “Non esistono pubblicazioni su riviste scientifiche”, ecc.
Ti chiedo un incontro personale per delucidarti meglio il valore innovativo e diffusivo della suddetta metodologia, da tanti ritenuta fiore all’occhiello della Regione Puglia, per progettare possibili iniziative rivolte a migliorare la cura di tante persone psichiatrizzate e psicofarmacologizzate a vita. Ne gioverebbe, oltre alla spesa sanitaria, la crescita della rete territoriale, la crescita della salute individuale e collettiva.
Con stima,
Mariano Loiacono”.

Ovviamente, fino ad oggi non ho avuto nemmeno il ritorno di lettura della e-mail.

Se ci sono persone in grado di intervenire su questo politico benpensante o hanno soluzioni alternative per non far chiudere “il Metodo alla Salute” intensivo, nell’eventualità della chiusura del Centro, si facessero avanti con opere di bene, anche per compensare i miei limiti e le mie inefficienze. Ribadisco che pensare a locali e personale per una fase intensiva del Metodo, a carico della Fondazione, richiederebbe tante risorse finanziarie e tante donazioni; finora le donazioni hanno prodotto circa seicentomila euro, di cui 250.000 vincolati dalla Prefettura per ottenere il riconoscimento di personalità giuridica.

È lapalissiano che con circa 400.000 euro non si va da nessuna parte. Ricordo che, pur meritandomelo sul campo e avendolo chiesto espressamente in più occasioni, ancora la Fondazione non dispone di locali propri per continuare le attività specifiche ordinarie e territoriali. Per raggiungere questo semplice e iniziale obiettivo occorrerebbero tanti soldi. Ho già pubblicamente comunicato, da molti mesi, che ho accantonato il progetto di costruzione del Villaggio Quadrimensionale sul terreno messoci a disposizione del Comune di Troia perché occorrerebbero più di due milioni di euro. 

Inoltre, per favorire la crescita delle Associazioni regionali, ho deciso di non centralizzare le attività in una unica sede e di far girare per le varie regioni i corsi di formazione e le settimane intensive, sobbarcandomi prevedibili oneri di vario tipo senza soluzione di continuità quanto a energie profuse. In più, da queste attività presenziate e sostenute prevalentemente da me, cerco di far scaturire soldi da versare alla Fondazione per conto delle Associazioni organizzatrici, pur essendo attività che potrei svolgere direttamente come Fondazione.

Questi sono i nodi, riguardanti il “Metodo alla Salute”, che sono emergenti e incalzanti a breve. Non essendoci finanziamenti pubblici, se non arrivano donazioni, si chiuderà l’esperienza intensiva del “Metodo alla Salute” che ha dato tanta speranza, prospettive e crescita a migliaia di famiglie in questi anni. La chiusura della rivoluzionaria esperienza avverrebbe proprio adesso che sono aumentate a dismisura le persone che richiedono il trattamento col “Metodo alla Salute”, mentre  le altre metodologie tradizionali segnano il passo e stanno in burn-out.

La mancanza di fondi-donazioni sta facendo segnare il passo anche nei progetti avanguardistici nel campo delle cosiddette “psicosi” e sta impedendo di far decollare progettualità più avanzate che potrebbero accelerare l’efficacia e la diffusività del “Metodo alla Salute”.
Ovviamente, se ci sono persone in grado di intervenire su queste emergenze o hanno soluzioni alternative, si facessero avanti con opere di bene.

Il vero “salto precipiziale” della Fondazione riguarda, però, la crescita di progetti all’interno della scuola, della multi etno-culturalità, della ricerca dei “me.me.” (mediatori metastorici), dell’insieme femminile-maschile, dei globcettori di nuova specie, delle kosmopoli del terzo millennio, ecc. Ovviamente, da anni facciamo progetti da far finanziarie da parte di Enti o Fondazioni prestigiose ma ancora non ne abbiamo avuto finanziato nessuno. Oltre alla nostra possibile inesperienza (ma molti sono stati fatti in collaborazione con Giorgio, uno dei massimi esperti nazionali di progetti), c’è sicuramente il fatto che si tratta di progetti troppo avanzati per essere valorizzati dalle istituzioni esistenti che ancora non hanno occhi per vedere il nuovo.

Ovviamente, se ci sono persone in grado di intervenire in questi ambiti progettuali e farli finanziare, si facessero avanti con opere di bene. In attesa, se si vuole, bisogna provvedere con donazioni da parte di chi ci crede.

Infine, ma non ultimo come importanza, c’è tutto il lavoro di salvaguardia, riconversione digitale, archiviazione, rielaborazione e utilizzazione del vastissimo materiale audio-video-fotografico-cartaceo che si è accumulato in quarant’anni. Anche qui la predica finisce allo stesso modo: se ci sono persone in grado di intervenire in questi ambiti progettuali e farli finanziare, si facessero avanti con opere di bene. In attesa, se si vuole procedere, bisogna provvedere con donazioni da parte di chi ci crede.

Penso di aver dato buoni elementi di riflessione ai pochi malepensanti-malericonoscenti che si chiedevano che fine facessero i (pochi) soldi della Fondazione. A parte la poca fiducia in me e nella mia storia, costoro sono ancora fermi ai soliti criteri umanoidi per i quali sono convinto ancora di più che è necessario il Progetto Nuova Specie.

A Fano ho chiesto a tutti di pensare a una donazione: non è questione di quantità, bastano anche dieci euro al mese, come segno concreto per dimostrare di tenerci alla Fondazione e al suo Progetto. Non è il motto della Fondazione: “Andò sput u pop’l fa funt’n” (dove sputa il popolo si fa una fontana)? Chi non ha nemmeno una sputacchiata per far crescere il Progetto Nuova Specie e le iniziative che ho elencato è libero di rivolgersi ad altri ambiti di servizi e opportunità. In questo salto precipiziale, per i motivi che vi ho elencato, “A chi ha dato sarà dato, a chi non ha dato non sarà dato”. Io sono il primo donatore con circa quarantamila euro. 

E se si dovesse pagare la mia professionalità ed alta competenza e innovatività soprattutto negli eventi di “code-storming” personalizzati, unici nel panorama nazionale ed internazionale?

Chi ha orecchie per  intendere, intenda.

Mariano Loiacono

lunedì 10 giugno 2013

Troia (FG), giovedì 6 giugno 2013. DIARIO DI BORDO DI FRANCESCA. A SCUOLA E NON SOLO...

MEMORIA STORICA,
VIVA ED
EMOTIVA




DIARIO DI BORDO
DI UNA FUTURA MAESTRA
DI NUOVA SPECIE.



Giovedì 6 giugno 2013
Ore 7.45

Dopo un lungo periodo di intense attività in diversi ambiti (scuola, università, San Raffaele, casa), questa è la prima mattina che mi sveglio e… non devo correre da nessuna parte. Quasi non mi sembra vero! Ieri è finita la mia breve ma intensa esperienza a scuola. Sono stati solo poco più di 3 mesi ma sono stati davvero intensi, difficili, formativi per me. Provo a scrivere qualcosa di questa esperienza perché sento che mi ha permesso di fare un ulteriore passo in avanti nel mio percorso di crescita.

Sono approdata a questo nuovo lavoro con l’entusiasmo di chi ha appena saputo che potrà realizzare un sogno. Lavorare nelle scuole come insegnante è sempre stato il mio desiderio sin da piccola. Spesso con le mie sorelle o con i vicini giocavo a “fare la maestra” e, se mi chiedevano cosa volevo fare da grande, rispondevo senza esitazione: la mamma e la maestra. 

Probabilmente mi attirava l’idea di poter “entrare” nelle vite di tanti bambini insegnando qualcosa. Forse desideravo semplicemente avere un ruolo che mi facesse provare la meravigliosa sensazione della gratitudine degli altri nei miei confronti per quello che facevo e mi facesse finalmente sentire quell’importanza che non mi davo ma che tanto desideravo. Boh! Non so cosa mi spingeva davvero a desiderare così tanto quel ruolo. Sapevo solo che invidiavo molto la mia maestra perché aveva il potere di gestire e modificare le vite nostre e di sentirsi tanta gente attorno che nel bene o nel male voleva entrare in relazione con lei. 

Nonostante questo desiderio, però, alla fine non ho scelto la via dell’insegnamento. Per una serie di coincidenze, mi sono ritrovata a Roma a studiare Scienze dell’Educazione per avere alla fine tra le mani il titolo di educatrice. Però, come dice una famosa canzone, “Certi amori non finiscono. Fanno dei giri immensi e poi ritornano…”. Il desiderio di fare la maestra continuava a rimanere dentro di me. Ed ecco l’opportunità: poco prima di laurearmi avevo sentito che il mio ruolo di educatrice non era affatto richiesto al sud e che invece era stata aperta una nuova facoltà (Scienze della Formazione Primaria) che dava l’immediato accesso all’insegnamento. Senza pensarci troppo, scelsi istintivamente di cogliere la palla al balzo. Così mentre consegnavo la tesi già mi procuravo la domanda di iscrizione per un nuovo corso di laurea: proprio io che non volevo studiare, proprio io che avevo avuto una forte crisi già durante lo studio del primo esame e che dicevo che l’università non faceva per me, proprio io che ero più attratta dalle relazioni con gli altri, dagli aspetti pratici della vita, insomma proprio io mi ritrovavo a scegliere una nuova facoltà! La vita è davvero strana e imprevedibile! Così mi buttai in quella nuova avventura universitaria con l’entusiasmo di chi sa che sta percorrendo la via giusta per realizzare un sogno. 

Mi ero ormai rassegnata ad entrare nelle scuole solo dopo aver conseguito il titolo, e invece ecco che la vita mi ha stupita ancora. Per un’altra coincidenza di eventi, mi viene proposto di fare l’educatrice nelle scuole affiancando alunni disabili per alcune ore a settimana come copertura delle ore che il prof di sostegno non copriva. Bingo! Accetto istintivamente senza pensare che devo, contemporaneamente, mantenere il mio lavoro al San Raffaele e i miei impegni universitari per finire esami e tesi. 

Arrivo a scuola con la convinzione che passerò alcuni mesi in una classe delle elementari, vicina ad un bel down (non so perché ma i down mi hanno sempre intenerito). Già pregustavo la bellezza di quel regalo quando… scopro che non starò affatto alle elementari ma in una terza media e che la ragazzina che devo seguire non è né down né tenera: è un’adolescente in pieno periodo di rifiuto degli adulti e soprattutto della mia figura. Tragedia! In quel momento ho sentito le risatine che la Metastoria stava facendo alle mie spalle! Che puttana questa Metastoria! Mi aveva ingannata! O meglio, io mi ero lasciata ingannare. Avevo ingenuamente creduto che le cose dovessero andare esattamente così come io ce le avevo in testa e invece… A quel punto non potevo più tirarmi indietro perciò mi sono buttata in questa avventura con tutte le paure e le delusioni che si possono immaginare.

Il percorso è stato davvero difficile e in salita. Mi sono ritrovata ancora una volta a fare l’ultima cosa che avrei desiderato fare: lavorare con gli adolescenti. Come una “puffo brontolone” mi ripetevo “io odio gli adolescenti! Io odio gli adolescenti! Io odio gli adolescenti”!

L’adolescenza è sempre stata la fascia d’età che mi faceva più paura. Addirittura fino a poco tempo fa mi capitava spesso di fare un incubo che mi faceva svegliare nel cuore delle notte come se avessi appena visto un mostro: sognavo di partorire un figlio già adolescente e io, nonostante il grandissimo desiderio che avevo di poter finalmente avere un figlio tutto mio, urlavo nel cuore della notte "Non lo voglio un figlio adolescente! Non lo voglio"! Avendo vissuto un’adolescenza davvero difficile, l’ultima cosa che desideravo al mondo era ritrovarmi come insegnante-accompagnatrice di una “mandria” di adolescenti!

Ma le novità non erano finite lì. Non solo erano adolescenti ma della peggior specie! Una classe che anche gli insegnanti con svariati anni di esperienza alle spalle, faceva difficoltà a gestire. Un vero incubo! Che differenza fra quel bel down affettuoso e tenero che tanto desideravo e quegli scalmanati con gli ormoni impazziti, pieni di rabbia e aggressività e pieni di rifiuto e delusione nei confronti del mondo adulto! 

A questa già “rosea” situazione si aggiungeva pure il fatto che alcuni insegnanti non vedevano di buon occhio il mio ruolo, quasi fossi arrivata a togliere il posto a qualcuno!

Insomma, proprio un bel regalo!

Ma che potevo fare? Sarei scappata molto volentieri ma il mio senso del dovere non me l’ha permesso. Per cui sono rimasta e ho cercato di fare il meglio che potevo.

La ragazzina che dovevo seguire io (Michela) ha cominciato subito a dirmi che non mi voleva vicino, che non le piacevo, che ero brutta e che preferiva gli altri a me, persino le mie sorelle che non conosceva! Di bene in meglio! Proprio io che ho sempre avuto il terrore che gli altri mi rifiutassero e che facevo salti mortali per evitarlo, proprio io che avevo acquisito la capacità di essere esattamente come gli altri mi volevano e facevo ciò che si aspettavano da me per non deludere nessuno, insomma proprio io cominciavo una nuova esperienza, in cui già mi sentivo fuori posto, con un bel rifiuto netto e sincero! Adesso forse rivedendo la mia faccia di quei momenti riderei ma all’inizio è stato davvero difficile. Volevo scomparire! Anche perché contemporaneamente, mentre lavoravo con i miei “mostri interiori” dovevo continuare a mantenere tutti i livelli precedenti: dovevo continuare ad andare a lavoro al San Raffaele, dovevo continuare a studiare, dovevo continuare ad elaborare la mia “fresca” separazione da Andrea, dovevo continuare a vivere. Se avessi potuto scegliere, mi sarei volentieri rifugiata in un letto a dormire per tutto il giorno ma, ancora una volta, il mio senso del dovere e il mio non concedermi di deludere un po’ le aspettative degli altri sugli altri livelli, mi ha costretta ad andare avanti con la sensazione di portare sulle spalle un macigno mille volte più grande e pesante di me. Che fatica! Oggi però mi rendo conto che non stavo semplicemente trasportando un macigno, stavo vivendo una cosa molto più profonda e sacra: stavo vivendo le contrazioni di un parto, stavo resistendo alla voglia di abortire, stavo provando il dolore lancinante della dilatazione, stavo dando la possibilità alla nuova me di venire al mondo, stavo finalmente uscendo dal bozzolo spingendo con tutte le mie forze attraverso un piccolo forellino... 

In questi mesi sono riuscita a interpretare la mia vita grazie al “quadrangolare”. Ero partita con un forte angolo alfa che non volevo affatto scomodare. La Metastoria, invece, mi stava portando a sperimentare il triangolo del cambiamento, decisamente più scomodo e difficile ma certamente più appagante (alla fine)!

Ho cominciato la mia avventura scolastica facendo leva sulla cosa che mi riusciva meglio: usare il mio maschile, marcare il mio territorio e far capire “chi comandava”. Ho cercato di impormi anche perché ancora una volta non volevo deludere le aspettative che gli altri insegnanti e anche gli alunni avevano su di me. “Si fa così: io sono la tua insegnante e anche se tu non mi vuoi io sto qua e ti costringo a fare le cose che dico io anche con le minacce se necessario”. Ma come ogni buon psicotico, anche quella adolescente ha cercato di mettere in crisi sin da subito la mia inutile costruzione! Mi ha sfidata più e più volte e io, come fossi un mulo cocciuto, continuavo con il mio bel maschile. Finché un giorno lei ha fatto la mossa vincente: “colpito e affondato”! Innanzitutto quando sono arrivata in classe lei si è spostata di banco lasciandomi sola. L’umiliazione che ho provato in quel momento è stata immensa. Cosa stavano pensando gli altri di me? Non ero nemmeno capace di impormi con una ragazzina. E poi che ci facevo io lì in classe se non stavo vicino a lei? Quale era il mio ruolo? Stavo solo rubando lo stipendio senza fare nulla di produttivo o dovevo solo darle e darmi tempo? Alla fine mi ero convinta che anche lei, come facevano i suoi compagni, aveva diritto a cambiare ogni tanto compagno di banco, a stare con gli amici e non solo con me per cui, per un giorno, ero disposta a farglielo fare. Sentendomi inutile e sola in quel banco e non essendo in grado di vedere oltre il mio angolo alfa, non sono riuscita a trovare altra alternativa che quella di mostrarmi interessata a un suo quaderno. Così ne ho preso uno che aveva sul banco e ho cominciato a sfogliarlo, pur di non dare l’impressione della persona inutile. Non l’avessi mai fatto! Lei ha cominciato a dirmi, dal posto in cui stava, che dovevo lasciare le sue cose e io, quasi come se fossi contenta che la stavo sfidando e che per il momento vincevo io, ho continuato. Fino a che lei non è venuta da me e mi ha strappato non solo quel quaderno ma si è portata via tutta la sua roba. Questo semplice gesto di rifiuto è stato sufficiente a far cadere tutto il mio bel castello di carta. Sono stata malissimo. Mi sentivo lacerata, pronta a scoppiare e con l’immensa voglia di inventarmi un qualsiasi malore e tornare di fretta a casa. Ho cercato di resistere per un po’ ma poi non ce l’ho fatta più e ho cominciato a piangere. Che vergogna! Piangevo come una bambina, senza essere capace di fermarmi, davanti ad una classe intera che, per un minuto, aveva smesso di fare casino e mi guardava incuriosita. Volevo sprofondare! Così sono uscita dall’aula e mi sono rifugiata in bagno per il resto dell’ora. Non volevo più tornare in classe. Volevo andare a casaaa!!! Lo desideravo con tutta me stessa! Avrei dato non so cosa per andarmene, ma quel maledettissimo senso del dovere, mi ha costretta ancora una volta a rimanere in classe. Alla fine dell’ora sono tornata in classe. L’insegnante ha costretto Michela a chiedermi scusa e più gli altri mi degnavano di attenzioni, più il fiume che sgorgava dai miei occhi non accennava a diminuire.

Ho vissuto le ore più lunghe della mia vita. Però oggi capisco che tutta questa lacerazione mi stava spingendo a dilatarmi ancora un po’ e a cercare strategie migliori. Non aveva senso sprecare il mio tempo a fare il guardiano di una che non ne voleva affatto sapere di me. Sono stata malissimo perché un rifiuto più aperto e sincero di quello non l’avevo mai vissuto, però poi ho capito che ero stata una stupida a “suonare sempre la stessa nota”, era arrivato il momento di cambiare musica! La colpa era solo la mia perché non ero stata in grado di capirlo in tempo, non avevo saputo essere intera e molteplice.

Così il successivo giorno di scuola (che per me corrispondeva a quattro giorni dopo. Quei giorni sono stati davvero preziosi perché ho avuto modo di rielaborare, stare male e cercare alternative migliori anche con l’aiuto di altri), sono andata da lei e le ho detto che avendo capito che lei non  mi voleva vicino, per un periodo di tempo ero disposta a fare la “viandante”: ogni giorno che arrivavo in classe lei doveva scegliere il compagno vicino al quale dovevo sedermi. Questo girovagare è stato importate, anzi, “molto importantissimo” perché mi ha permesso di entrare in relazione con il resto della classe. Mi ero fossilizzata troppo sul mio stupido ruolo e non riuscivo ad andare oltre. Entrare in relazione con gli altri adolescenti è stato un vero dono, un regalo che non potrò dimenticare. A dimostrazione del fatto che il negativo, quando siamo troppo chiusi nelle nostre convinzioni, è l’unico modo per farci cambiare rotta, per dirci che è tempo di sperimentare cose diverse, se solo riusciamo ad accoglierlo come un segnale e non come una “punizione divina”. In questo riconosco che sono stata brava anche io. Mi sono lasciata interrogare e modificare dagli eventi e sono andata avanti senza mollare. Girando girando, mi sono dovuta confrontare con “gli ormoni impazziti” dei ragazzi, con la loro aggressività (altro punto mio debole), con le crisi esistenziali delle ragazze (che troppo spesso mi riportavano alle mie crisi adolescenziali e riportavano a galla ferite forse mai rimarginate).

Ho visitato e conosciuto mondi interiori diversi, sentito empaticamente su di me le sofferenze degli altri, le loro gioie, i primi amori, le prime delusioni… mi si è aperto un mondo parallelo!

La conoscenza della sofferenza che molti vivevano nella solitudine del proprio cuore mi ha spinta a fare qualcosa che ritenevo impensabile per me: ho chiesto all’insegnante di italiano di concedermi qualche ora con la classe o almeno con un piccolo gruppo per affrontare degli argomenti che sentivo avrebbero un po’ sbloccato delle vite ferme e ingabbiate. Desideravo donare alcune delle mie scarse competenze metastoriche per permettere ad alcuni di transitare. Le resistenze dell’insegnante sono state tante. Mi disse che non capiva cosa volessi dire a quei ragazzi, non si fidava di me né voleva lasciarmi sola con loro per paura di una eventuale “catastrofe” che sarebbe potuta accadere a qualcuno di loro. E poi, di chi sarebbe stata la responsabilità se fosse successo qualcosa? Cosa avrebbe detto la preside se avesse saputo dell’accaduto? Tutte paure inutili che rischiavano di far abortire il mio debole tentativo di fare qualcosa del quale io stessa dubitavo. Alla fine “l’uomo (anzi donna) del Monte ha detto sì”. Ma ad una condizione: oggi o mai più! Così mi sono ritrovata su due piedi a inventare come condurre quello che io speravo potesse diventare un mini-cerchio magico con l’aiuto anche di qualcuno esterno. Non mi sentivo capace di fare tutto da sola, ma che potevo fare? Prendere o lasciare! Sentivo che era una cosa buona per me e per loro e così ho accettato e mi sono buttata! Mi aveva concesso solo il gruppo delle ragazze e solo un’ora. Ovviamente, la scusa per fare questo incontro era stata Michela. Avevo detto alla prof. che come educatrice volevo affrontare con alcune sue amiche il tema dell’integrazione per aiutarla a integrarsi meglio con il resto della classe. La verità invece era che, girovagando, avevo avuto modo di conoscere soprattutto la situazione di una ragazzina e volevo con tutta me stessa darle una mano perché sentivo che sarebbe bastato poco per rimettere la vita in circolo. Ovviamente anche in quella occasione Michela ha cercato di boicottare ciò che io facevo, ma questa volta avevo dalla mia parte tante alleate che hanno saputo gestire le sue “spinte distruttive” molto meglio di come sarei stata in grado di fare io. Mi do merito del fatto che, nonostante il pochissimo tempo e nonostante le distrazioni di Michela, sono riuscita a scendere subito in profondità e a toccare le corde più basse di ognuna di loro. Alla fine piangevamo tutte, me compresa, anzi, me per prima. Infatti prima di cominciare mi ero detta che se anche avessi pianto non dovevo farmene una colpa (come invece avevo sempre fatto a partire dalla mia adolescenza). Anzi probabilmente avrei aiutato anche loro a non aver paura di manifestare i loro sentimenti. E così è stato. In quella breve ma intensa e sacra ora, sono venuti fuori tutti i dolori e le paure di ognuna di loro. Si sono raccontate e hanno detto cose che mai avevano detto a quelle amiche di classe. Pur con difficoltà sono riuscita a fare teoria e ho sentito che un po’ questo le aveva alleggerite e aveva anche creato le premesse per costruire un buon rapporto con me e fra di loro.

Anche  Michela ha cominciato così a relazionarsi con me. Vedeva che avevo un buon rapporto con gli altri e ha desiderato essere come i suoi amici ed entrare in relazione anche con me. Il suo rifiuto, però, non è terminato magicamente. E’ proseguito per tutto il resto dell’anno anche se in modo più blando e inconsistente e alternato sempre di più a momenti in cui desiderava il mio corpo e la mia attenzione.

Dopo quell’incontro, le ragazze mi hanno chiesto di andare al cinema insieme. E’ stata anche quella per me un’esperienza importante e bella perché ho potuto vivere alcune parti adolescenziali che non sono riuscita a vivere durante la mia adolescenza.

Non riesco adesso a riportare tutto quello che è successo, tutte le difficoltà che ho dovuto provare, tutti i nodi che ho dovuto affrontare. So solo che è stato un anno ricco, molteplice, significativo, durante il quale non ho mai sentito l’assenza della Metastoria. Mi ha accompagnata per mano, mi ha creato le condizioni per poter procedere anche nelle difficoltà. Mi sono affidata e lei non mi ha mai delusa né abbandonata.

Ieri, il mio ultimo giorno di scuola, il mio cuore si è riempito di tutto l’affetto che buona parte della classe ha saputo dimostrarmi. Mi hanno regalato disegni, canzoni, abbracci, sorrisi, parole dolci, promesse…

Adesso sento finalmente spuntare le mie ali variopinte che testimoniano la mia nascita in ciò che solo io sono. Il viaggio non è finito e nuovi bozzoli aspettano di essere bucati e aperti, ma per il momento mi godo il meraviglioso spettacolo di quella che sono diventata.

Fra poco più di un mese conseguirò anche la seconda laurea e (forse!) potrò finalmente fare la maestra ma con una nuova consapevolezza, con nuove capacità e senza il peso di nodi antichi che sento di aver affrontato in questi lunghi mesi.

Il triangolo del cambiamento non è affatto facile, ma arrivare ad un nuovo “π” non ha prezzo. Soprattutto sento che è stato difficile l’angolo gamma perché io sono portata a credere che capire una cosa sia uguale a saperla fare. Fosse stato per me, dopo aver capito che Michela non mi voleva e aver cambiato strategia, l’esperimento poteva finire lì. Per la serie “l’ho capito, mo basta”. La difficoltà, invece, sta nello sperimentare concretamente, giorno dopo giorno, quello che hai capito solo razionalmente. Sporcarti con le nuove verità, provare, cadere e riprovare ancora. Superare i momenti di scoraggiamento. Saper andare avanti nonostante tutto. Non solo! Non fossilizzarsi nemmeno nelle cose appena comprese ma sapersi modificare continuamente. Rispetto alla mia esperienza, dopo un po’ di “vagabondaggio” ho dovuto capire che non aveva senso continuare così all’infinito perché io dovevo “chiudere il cerchio” e tornare con lei. Andarmene da lei doveva solo essere una strategia per ritornarci successivamente in una maniera rinnovata. Tutto questo lavorio sfiancante, mi ha portato a ridimensionare molto il mio angolo alfa, a imparare a non organizzare mentalmente tutta la realtà ancor prima di viverla. Ho imparato il prezioso significato di “un giorno alla volta”. Andavo a scuola sapendo che le variabili erano tante e non aveva senso “aspettarmi” qualcosa che avevo già costruito nella mia mente. Poteva accadere tutto e il contrario di tutto. Cercavo solo di fidarmi della mia nuova capacità di affrontare gli eventi così come si presentavano.

Oggi sento che ancora sono rigida e ingessata su molti aspetti e so “giocare” poco con le varie parti, ma certamente un po’ di “gesso” l’ho smaltito. Piano piano alcune parti stanno riprendendo a muoversi. 

Giusto un anno fa stavo cominciando a chiudere un cerchio ormai svuotato di significato e che anzi bloccava tutte le spinte che mi portavano a crescere. Oggi, pur ringraziando Andrea per il ruolo che ha svolto nella mia vita, mi sento rinnovata e soprattutto sento di aver ripreso in mano la mia vita facendo la difficile ma necessaria scelta del viaggio…

Francesca L.